Se è vero che nel calcio uno su mille ce la fa, Paolo Amir Tabloni ci racconta le storie dei 999 che sfiorano il grande sogno della Serie A, che cadono e che, in qualche modo, si rialzano. Un libro per chi ha sognato di essere calciatore, per le famiglie, per tutti i ragazzi che ambiscono al futuro dorato dei grandi palcoscenici calcistici.
L’autore di “999 le storie vere dei campioni mancati”, Paolo Amir Tabloni, ha amato il calcio fin da giovanissimo, vivendo l’esperienza del calcio professionistico. Esperienza vera, fatta di sogni, ma anche di sacrifici, sofferenza e delusioni cocenti.
Il suo terzo libro non parla di chi ha raggiunto i grandi palcoscenici del calcio, ma di tutti gli altri, di chi ci ha provato, mancando, per un motivo o per un altro, il grande obiettivo di una vita.
999 parla di ciò che accade nella vita dei molti che inseguono il calcio professionistico, e si ritrovano nei campionati dilettantistici con qualche ferita in più, con il sapore amaro della sconfitta o del fallimento, costretti a confrontarsi con la necessità di riprendere il viaggio della Vita, con nuovi obiettivi, e diverse prospettive.
Un libro consigliato a chi ancora spera e suda per i suoi sogni, per gli allenatori, le società di calcio piccole o grandi, per le famiglie, per i più giovani, che fin da quando iniziano a tirare calci ad un pallone in un campetto di periferia o di un oratorio, sognano di alzare coppe, vincere premi, firmare autografi, proprio come i propri idoli visti in televisione o sui giornali.
999 le storie vere dei campioni mancati, per la sua valenza letteraria e sportiva in generale, conta sul patrocinio della Lega Nazionale Dilettanti e dell’Associazione Italiana Calciatori, presentando commenti di Damiano Tommasi, Arrigo Sacchi, Carlo Ancelotti, Nicola Berti, Vincenzo Pincolini, solo per citarne alcuni.
Tuttocampo.it ha raggiunto Paolo Amir Tabloni, per parlare di 999 le storie vere dei campioni mancati, di calcio e dei suoi delusi, e di come si ricomincia quando sfuma il grande sogno…
Puoi raccontarci qualcosa in più di te come scrittore? Quando e come è nata in te la passione della scrittura?
“Quella dello scrivere è una cosa che ho dentro, e che ho scoperto da non giovanissimo, ma nemmeno troppo tardi. Successe che nel ’94, avevo dodici anni, la maestra dell’epoca ci obbligò a partecipare ad un concorso di poesia, ed io vinsi il primo premio nazionale. Io a scuola non sono mai stato bravissimo, perché ho sempre pensato a giocare a calcio, non mi interessava molto la scuola. Tuttavia, in italiano, anche alle superiori, facevo stravedere. Accadeva che professori che mi volessero bocciare a tutti i costi a fine anno, dovevano scontrarsi con le professoresse di italiano, che erano tutte innamorate di me! Io tendevo ad andare un po’ fuori tema, non seguendo molto la traccia, anarchico, ribelle, pur tuttavia chi correggeva quei temi, trovava in me qualcosa di originale, e con contenuti più maturi dell’età di quel periodo. Questa cosa mi ha sempre aiutato molto. Poi accadde che a vent’anni, dopo una tremenda delusione d’amore, la prima scottatura gigantesca, mi ritrovai in casa, una notte, d’estate, nella quale c’erano due milioni di gradi (!), a mezzanotte. Mi misi a scrivere, neanche io sapevo bene cosa, forse un racconto od altro. Dopo dieci minuti, alzai gli occhi dal foglio, e già erano le sei! Mi era letteralmente volato il tempo. Capii di aver vissuto una specie di trance. Questa cosa mi piacque così tanto da dargli poi seguito, continuando a scrivere. Quella cosa diventò parte di un romanzo, fino a che non mi chiesi che cosa stavo facendo. Io facevo altre cose nella vita. Misi tutto nel cassetto, e lì rimase per due anni. Poi ripresi, lo finii, lo feci leggere in giro, e piacque a tutti. Quel testo diventò “Onde Perfette” (il primo libro di Paolo Amir Tabloni, n.d.r.), la storia di due ragazzi che scappavano in nome dell’amicizia. Dopo due anni un piccolissimo editore di Trento volle pubblicarlo, e da lì è cominciato il mio percorso. Quel libro uscì, piacque, uno scultore di Trento se ne innamorò, facendone poi un’opera d’arte a nome mio, vendendola in seguito ad una banca, ed io continuai a scrivere, forte anche di chi mi sosteneva. Nel 2012 scrissi allora il mio secondo romanzo, la storia di un ragazzo che fa il modello a Milano, così come accadde a me in un certo periodo. Con quel libro volevo “denunciare” quel mondo lì, che mi fece schifo, attraverso un ragazzo che è una sorta di reincarnazione di Steve McQueen, che è poi il mio idolo. Dopo ben quattro anni, una piccola casa editrice di Bologna pubblicò quel libro, ed ora, con 999, siamo arrivati al terzo.”
Che cosa racconta il tuo ultimo libro 999, e come è nata l’idea?
“Dopo i due romanzi, mi sentivo un po’ svuotato di fantasia. Io sono un appassionato di autobiografie. Ne ho lette molte, inerenti al mondo del rock, o dello sport o di altro ancora. Mi dissi: perché non scrivere qualcosa di vero, di cocente, qualcosa che non ha ancora scritto nessuno? E siccome che di cocente più di quello che mi portavo dentro per ciò che avevo vissuto nel mondo calcistico non conoscevo, ed anche perché avevo conosciuto molti compagni, calciatori ed allenatori davvero molto particolari, che potevano insegnare molto ad ogni tipo di lettore, ho pensato, insieme ad un giornalista sportivo, di cominciare, in punta di piedi, nel 2010, a fare qualche intervista. Avremmo visto poi in seguito come strutturare il libro. E così è stato.”
In 999 i protagonisti delle tue interviste toccano molti argomenti. Il primo che vorremo approfondire è quello della fame di successo. Quella raccontata, sembra essere una fame che toglie il senso della ragione, una fame che acceca, come quella raccontata da Roberto Fabbi…
“Dal mio punto di vista, la fame è alla base di tutto, nella vita. Ad esempio, per me, il fatto di non essere arrivato, nel mondo del calcio, mi ha messo addosso una grande voglia di rivalsa, che mi ha fatto poi bisbocciare nel mio mestiere, nei libri che scrivo ed altro ancora. Quella che intende Fabbi, è una fame primitiva. Quando hai undici, dodici, o tredici anni, non hai ancora un background personale, la fame ti deriva dall’ambiente di provenienza. Per questo lui parla della sua esperienza, ricordando che si allenava nel Parma, a venti metri da casa, essendo idolo di tutti, mentre accanto aveva ragazzi del sud, partita da casa con una scatola di cartone con dentro tre vestiti, e che, come unica alternativa ad una vita di strada come unica alternativa, era provare a diventare calciatore. Per questo, quando il gioco si faceva duro, quest’ultimi avevano la pelle dura, erano temprati, lui, che non aveva queste caratteristiche, benché fosse bravo, capiva che non sarebbe arrivato. Nel calcio, quando arrivi a questo primo bivio, la fame fa la differenza, e molte storie si infrangono in questo punto. Devi essere molto forte, per superare questo ostacolo. Credo che alcuni ragazzi arrivino in questo punto da sliding doors, con caratteristiche adatte, derivanti dal proprio contesto sociale di provenienza. Altri ragazzi, invece, no. Quando hai questo tipo di fame, allora, in qualsiasi ambito, arrivi. A diciassette anni, tutto questo, può succedere.”
Nell’esperienza di Alessandro Lupo, colpisce, invece, l’arroganza di quelli che dovremmo ritenere essere quelli che ce l’hanno fatta, come Roberto Mancini…
“Il calcio è cambiato molto, nel tempo. Il fatto che io abbia scelto di raccontare le vicende di calciatori compresi in una forbice di che va dai 22 anni ai 60, è una scelta ben motivata. Tra le tante cose che volevo inserire in questo libro, volevo anche raccontare di come è cambiato il calcio in questi anni. Lupo racconta, a mio parere, il momento apicale, nel quale vigevano delle gerarchie molto difficili e dure. Questi episodi li hanno patiti in molti, fra i ragazzi che io ho intervistato. Oggi questo “nonnismo”, queste gerarchie, ci sono senz’altro, ma il fenomeno va stemperandosi. Questo perché a loro volta, i “vecchi” di oggi, l’hanno subita un po’ meno. Ai tempi di Lupo, invece, Mancini era un top player, sicuramente anche lui aveva vissuto vicissitudini con i “nonni”, e quindi, quando arrivi in alto, un po’ te ne approfitti.”
Uno dei personaggi che più richiama un senso nostalgico del gioco del calcio, è senz’altro Giancarlo Cantarelli, che ricorda l’oratorio, così come fa anche Sandro Maccini. Occorre cambiare le attuali scuole calcio, a tuo avviso?
“Vedi quanti fantasisti in meno abbiamo oggi? Ora tutti guardano il Barcellona, e tutti vogliono insegnare il tiki taka! Oggi se giochi con più di due tocchi, nelle scuole calcio, sei subito ripreso. Una volta, nell’oratorio, in strada, un ragazzo provava ad emulare il proprio personaggio preferito. Per me era Gullit, per un altro era Maradona, e così via. Quindi si andava in un campetto, ti facevi dare il pallone, ed il pallone diventava una cosa tua. Tu non volevi passarla, m piuttosto volevi mostrare i tuoi colpi, volevi fare gol, volevi divertirti. Non c’era la tecnica, la tattica, i moduli, non c’era niente. Solo dopo, quando a tredici o quattordici anni entravi nel settore giovanile di una formazione professionistica, che ti facevano cambiare la mentalità, facendoti diventare un’atleta sotto il profilo fisico, allora prendevi il volo. Tuttavia, a quel punto, le basi della tua fantasia, le avevi già sviluppate. Adesso, invece, si tarpano le ali ai ragazzini più talentuosi, perché devono diventare come vuole l’allenatore, che a sua volta, segue l’allenatore della prima squadra. Il calcio di oggi è troppo schematico. Sono davvero in pochi quelli che hanno la “giocata” od il dribbling. Quanti Maradona potenziali stiamo ammazzando nelle scuole calcio? Maradona è cresciuto per strada, non su un campo sintetico, ad otto anni, con i paletti, e l’allenatore che gli diceva di passare la palla per poi andare in “sovrapposizione”! Anche Lionel Messi è cresciuto nella polvere. Chi ha dei colpi ad altissimo livello, è cresciuto un po’ da solo. Se si snatura qualche ragazzo più talentuoso, si rischia di farlo diventare fin troppo uguale ad altri.”
Lo stesso Cantarelli dice che allenare è una missione. Qual è l’obiettivo di questo delicato compito?
“Credo che il compito da affidare ad un allenatore delle giovanili, deve essere, a mio modo di vedere, quello di far divertire i ragazzi. Molto importante è anche esaltare le caratteristiche individuali di un ragazzino, e non puntare a farli diventare tutti uguali. Con gli adulti, ovviamente, cambia tutto. A quel livello, c’è un calcio fatto per i tre punti, orientato a vincere. Se un allenatore ha in testa il proprio modulo per giocare, è giusto che lo porti avanti, ma per la semplice differenza che se sbaglia, paga lui. Credo, tuttavia, che in prima squadra debbano arrivare ragazzi che abbiano avuto la possibilità di sviluppare un talento innato, e non che siano diventati uguali a qualcun altro.”
In 999 parli anche della tua esperienza anche dolorosa che hai avuto nel calcio. Non eri tenuto a farlo. Perché hai scelto di metterti a nudo? Forse per esorcizzare definitivamente i “demoni” che ti hanno agitato in una determinata fase della tua vita?
“Sì, è così. Io non ho niente da nascondere, e sono rinato dalle ceneri. Mi sono bruciato, o sono stato bruciato, per diversi motivi, e questi andavano condivisi per far capire ad un genitore medio cosa non deve fare con il proprio ragazzo, ma anche per far capire ad un ragazzo medio cosa non deve fare, se vuole diventare un calciatore. Nella mia esperienza calcistica, credo di aver raccolto meno di ciò che meritassi, anche se altri pensavano il contrario, ovvero che avessi raccolto più di ciò che meritavo. Anche per questo ho raccontato la mia storia, per far capire cosa davvero pensavo, cosa davvero sentissi, qual’era davvero la verità. Ci sono davvero tanti motivi dietro a questa scelta. Il primo è comunque stato quello di chiudere con i fantasmi del passato. Con questo libro, sono di fatto rinato. Un giorno, magari tra vent’anni, tornerò a rileggere questo libro, e mi ricorderò cosa mi è stato fatto, e cosa mi è successo. Questa fase della mia vita, è come una cicatrice, che voglio tenermi sempre vicino, perché proprio da questa esperienza, sono ripartito molto più forte di prima.”
C’è un passaggio nella tua storia che ha molto colpito, e che riguarda il rapporto con tua madre. Cosa accade ad un genitore quando immagina il proprio figlio un futuro campione, anche quando così non è? E cosa dire per portarlo alla realtà dei fatti?
“Per ciò che riguarda la mia esperienza, ci sono almeno due correnti di pensiero diverse: una è mio padre, ed una è mia madre. Mio padre ha sempre amato il calcio, ma ha sempre e solo giocato a livello amatoriale. Per questo credo ci sia stato un atteggiamento di rivalsa, da parte sua. Ovvero pensando: “mio figlio arriverà, dove io non sono mai arrivato, e quindi sarà il mio orgoglio.” Lui non era di quelle persone che vanno al campo e si attaccano alla rete, anzi, era sempre in disparte e silenzioso. La pressione, tuttavia, la faceva su di me in privato. Da parte di mia madre, invece, ci fu una cosa diversa. A lei del calcio non è mai importato nulla, tuttavia non ha digerito il mio passo indietro nel momento in cui avrei potuto fare un salto di qualità dopo i suoi tanti sacrifici fatti per assecondare una mia passione. Su questa cosa mi sono arrabbiato molto con lei, che non ha mai tolto la patina su questa cosa, che di conseguenza, è andata a fondo. Scrivere la mia storia e fargliela leggere, è stato un modo per fargli capire dove ha sbagliato, cosa intendevo e perché stavo così male. I genitori sono fondamentali per la crescita di un uomo e di uno sportivo. In quest’ambito, credo occorra avere sempre avere la mano molto leggera con i propri figli, perché se aumenti su di loro la pressione, oltre a quella che già ricevono a livello professionistico, rischi che loro non ce la facciano più. E questo, è ciò che è successo a me.”
Il messaggio che lanci con 999, crediamo sia chiarissimo nelle parole di Matteo Pia: “Riconoscere i propri errori, le scelte sbagliate, i momenti di debolezza non è facile, ma è la scossa per salire un altro gradino, è il primo passo per costruirsi una seconda opportunità, che magari non avrà i contorni di quell’illusione dorata chiamata Serie A, ma porterà comunque verso nuove esperienze, nuove conoscenze, nuove persone.” Condividi questo punto di vista?
“Sì, certamente. Queste parole, andrebbero a quelle di Nicola Berti, il quale afferma che i sacrifici che si sopportano nel calcio professionistico giovanili, possono non servire per diventare un calciatore, ma assolutamente devono servire per diventare un uomo. Questa secondo me è la chiave giusta per legger 999. Tutti i sacrifici che fai da giovanissimo nel calcio professionistico, ti portano ad essere all’età di diciotto anni, più maturo dei tuoi coetanei. Anche se non diventerai un calciatore, devi avere la forza di guardare avanti, e non indietro, e diventare così un uomo.”
Se la colonna sonora che accompagna la stesura dei tuoi libri è quella di Dylan, Johnny Cash o di altri autori della beat generation, quale potrebbe essere quella che accompagna 999?
“E’ troppo facile dire “Uno su mille” di Gianni Morandi, però se dovessimo proprio accompagnarlo con dei brani, direi quelli di J-AX. Lui, che è di certo di un’altra generazione rispetto a quella di Morandi, ha dei testi sempre molto orientati verso i loser. Nei suoi brani, J-AX mette sempre in primo piano i perdenti. Nel corso della sua carriera, lui ha scritto dei testi che mi sono piaciuti molto. Il primo è “Nessuno”, e poi ha rifatto “Uno su mille”, oltre ad “Una pietra scalciata”. Dovendo quindi inserire a 999 una colonna sonora, io interpellerei J-AX.”
Hai già un’idea per il tuo nuovo progetto letterario, benché tu sia ancora molto impegnato nella promozione di 999??
“Io mi spendo molto nella promozione dei miei libri, e spero di fare, prima o poi, il salto verso una casa editrice importante. Attualmente sto finendo un romanzo scritto a quattro mani con una blogger, che avrà per oggetto Cuba. In futuro, poi, dopo l’esperienza di 999, mi piacerebbe raccontare qualcos’altro del mondo del calcio, mettendo i riflettori in qualche zona grigia.”